Note al capitolo Nove.

(1).   "Qui  mi  dedico  alla  filosofia",  Cicerone,  Ad  Atticum,
quindicesimo, 13, 6. Cicerone, scrivendo all'amico Attico,  usa  il
verbo greco philosopho, "faccio il filosofo".

(2). Cicerone, Tusculanae disputationes, prima, terzo.

(3). Confronta B. Farrington, Lavoro intellettuale e lavoro manuale
nell'antica  Grecia, traduzione di A. Omodeo, Feltrinelli,  Milano,
1977 2, pagina 225.

(4). Vedi capitolo Sette, nota 20.

(5).  Carneade  (Cirene  219-Atene 129 avanti  Cristo)  fu  a  capo
dell'Accademia  e  polemizz contro tutte le posizioni  dogmatiche.
Non  lasci  nulla  di scritto. Il suo viaggio a  Roma  avvenne  in
qualit  di  membro  di  un'ambasceria  formata  da  tre  filosofi:
Carneade  in rappresentanza dell'Accademia, Critolao esponente  del
Liceo  e  Diogene di Babilonia che rappresentava la scuola  stoica.
Scopo dell'ambasceria era quello di ottenere il condono di una pena
pecuniaria  che Roma aveva inflitto ad Atene per avere saccheggiato
la  citt di Oropo, al confine tra Beozia e Attica. Carneade  tenne
davanti al Senato un celebre discorso in cui mise in evidenza  come
la  giustizia  di  Roma si fondasse sulla potenza militare.  Appena
conclusa  la  loro  missione, i filosofi greci  furono  invitati  a
lasciare Roma al pi presto.

(6). Vedi capitolo Tre, 4, pagine 61-62. A questo proposito Polibio
scrive: "Ci che presso altri popoli  oggetto di biasimo, cio  lo
scrupolo religioso, mantiene la coesione dello stato romano. Questo
elemento   stato introdotto in ogni aspetto della vita  privata  e
pubblica   dei   Romani,  con  ogni  espediente  per  impressionare
paurosamente  l'immaginazione, a un punto oltre  il  quale  non  si
potrebbe andare. Il che potrebbe facilmente disorientare molti. Ma,
a mio modo di vedere, i Romani hanno fatto ci per impressionare le
masse.  Se fosse possibile formare uno stato di soli uomini  saggi,
forse non sarebbe necessario ricorrere a questo mezzo, ma, data  la
leggerezza,  l'avidit  sfrenata, la collera  irragionevole,  e  le
passioni  violente  delle masse, non rimane altro  che  tenerle   a
freno  con  i  terrori dell'invisibile e con altre imposture  della
stessa  sorta. Pertanto, gli antichi, non per nulla, ma secondo  un
proposito  ben  preciso,  hanno inculcato nelle  masse  le  nozioni
relative agli di e le credenze sulla vita dell'aldil. Sciocchi  e
sconsiderati  sono  i  moderni  che cercano  di  disperdere  queste
illusioni" (Storie, sesto, 50).

(7). Vedi capitolo Dieci, 1, pagina 205.

(8).  Cicerone scrive: "Carneade confut la giustizia, ma  non  gi
perch pensasse dovesse essere ingiuriata, ma per dimostrare che  i
suoi  difensori discutevano intorno alla giustizia senza aver alcun
fondamento  certo e solido". "Distinta la giustizia in  due  parti,
chiamando  l'una sociale l'altra naturale, Carneade le  capovolgeva
ambedue,  dal momento che la prima  civile saggezza, ma  non  vera
giustizia,  e  la  seconda    certo  naturale  giustizia,  ma  non
saggezza"  (De re publica, terzo, frammenti riportati da Lattanzio;
confronta R. Mondolfo, opera citata, pagina 422).

(9).  Il  Circolo degli Scipioni raggruppava la parte della  classe
dirigente  e degli intellettuali (Terenzio, Lucilio, eccetera)  pi
sensibile alla cultura greca.

(10).  "Il  rapporto fra le diverse autorit  cos ben congegnato,
che  non    possibile  trovare una soluzione  migliore  di  quella
romana.  Quando infatti un pericolo comune sovrasti dall'esterno  e
costringa i Romani a una concorde collaborazione, lo stato acquista
tale  e  tanto  piacere,  che nulla viene  trascurato,  anzi  tutti
compiono  quanto  necessario e i provvedimenti non  risultano  mai
presi   in   ritardo,   poich  ogni  cittadino   singolarmente   e
collettivamente  collabora  alla sua attuazione.  Ne  segue  che  i
Romani  sono  insuperabili e che la loro  costituzione    perfetta
sotto tutti i riguardi" (Polibio, Storie, sesto, 16).

(11).  Su  Polibio  confronta  A. Momigliano,  Saggezza  straniera.
L'ellenismo  e  le  altre  culture,  Einaudi,  Torino,   1980,   in
particolare le pagine 25-35.

(12).   Lo   stesso   che   aveva  fatto   parte,   con   Carneade,
dell'ambasceria a Roma nel 155 avanti Cristo

(13).  In  seguito  all'affermarsi del primo  triumvirato,  nel  60
avanti  Cristo,  e quindi al trionfo di Cesare, che Cicerone  aveva
sempre avversato.

(14).  Si possono ricordare il De re publica, i Paradoxa stoicorum,
gli  Academica,  il  De finibus bonorum et malorum,  il  De  natura
deorum, il De officiis e le Tusculanae disputationes.

(15).  Nel  periodo che va dalla definitiva vittoria di Cesare  sui
pompeiani  con  la battaglia di Munda (17 marzo 45),  alla  ripresa
della  politica  attiva  di  Cicerone  nello  scontro  con  Antonio
(settembre 44).

(16).  E'  stato  scritto  che  lo sforzo  principale  di  Cicerone
consiste  nel  "ripensare tutto il corpus di  metodi,  riflessioni,
teorie  cresciuto  entro  le  scuole filosofiche  ellenistiche  per
ricomporlo  in  un  blocco di senso comune da offrire  come  solido
punto di riferimento alla classe dirigente romana nella prospettiva
di  una  rinnovata egemonia sull'intero corpo sociale" (G.  Lotito,
Modelli etici e base economica nelle opere filosofiche di Cicerone,
in Autori vari, Societ romana e produzione capitalistica, Laterza,
Bari, 1981, pagina 79).

(17). Nel Varro egli scrive di essere "d'accordo con Platone che la
filosofia    il  pi  grande e il pi bel dono  che  l'uomo  abbia
ricevuto dagli di. Ma quelli dei miei amici che si interessano  di
questi  studi,  li  mando in Grecia, consiglio loro  di  andare  ad
attingere  alla  fonte  piuttosto che ai  rivi  che  ne  derivano".
Cicerone, inoltre, tradusse il Protagora e il Timeo, e le sue opere
sono costellate di citazioni di Platone.

(18).  "Non adempiamo all'ufficio di interpreti, ma manteniamo  ci
che    stato  detto da coloro che hanno la nostra approvazione  ed
applichiamo  ad esso il nostro gusto e il nostro modo di  scrivere"
(Cicerone, Ad Atticum, 15,52,3).

(19). De officiis, primo, 9.

(20). Vedi il paragrafo su Carneade in questo stesso capitolo.

(21). De re publica, secondo, 44.

(22).  De re publica, primo, 6. Confronta anche De officiis, primo,
155, 1-4: "Agli studi e ai doveri della scienza bisogna anteporre i
doveri della giustizia, che riguardano l'utilit degli uomini,  per
cui  nulla per l'uomo deve essere pi sacro" e De officiis,  primo,
157,  6-9:  "La  conoscenza quindi, se non  congiunta  alla  virt
costituita  dall'obbligo di proteggere gli uomini, cio  da  quella
che  risulta la socialit del genere umano, sar cosa povera e fine
a se stessa".

(23).  Scrivendo  al fratello Quinto riconosce  che  nel  poema  di
Lucrezio  rifulge  la  luce  dell'ingegno  e  dell'arte:  "Lucretii
poemata,  ut  scribis,  ita sunt multis luminibus  ingenii,  multae
tamen artis" (Ad Quintum fratrem, Al fratello Quinto, 293).

(24).  Il  verso  completo  "Cedant arma  togae,  concedat  laurea
linguae"  ("Le armi cedano il posto alla toga, il trionfo  militare
lo  ceda all'eloquenza") ed  utilizzato pi volte da Cicerone  (De
consulatu meo, De officiis, seconda Filippica, eccetera).

(25). Su Giamblico vedi capitolo Due, nota 22.

(26). Confronta Cicerone, De officiis, terzo, 1-4.

(27). Cicerone, Pro Sestio, quarantacinquesimo, 98.

(28). Per rendersi conto di ci  sufficiente scorrere i "cataloghi
delle opere" dei singoli filosofi riportati da Diogene Laerzio.  In
particolare si vedano - oltre ai titoli degli scritti di Aristotele
-  gli  elenchi  relativi  a Democrito (nono,  46-49),  al  sofista
Protagora (nono, 55), allo stoico Zenone (settimo, 4), allo  stesso
Epicuro (decimo, 27-28).

(29).   Tommaso  Campanella,  vissuto  tra  il  sedicesimo   e   il
diciassettesimo   secolo,   assunse  posizioni   contrastanti   con
l'aristotelismo, che ancora in quell'epoca dominava la cultura e la
vita  della  Chiesa; processato e condannato pi volte per  eresia,
trascorse  molti  anni  in carcere. Vagheggi  una  grande  riforma
politica  e  spirituale ed espresse i suoi ideali  in  un'opera  in
versi intitolata La Citt del Sole.

(30).  Lucrezio prega Venere, amata da Marte dio della  guerra,  di
procurare  almeno una tregua ai Romani: "Stringiti  a  lui,  mentre
giace,  / dea, con l'intatto tuo corpo, versagli dalla tua bocca  /
dolci  parole,  implorando, inclita, per i Romani  /  una  pacifica
tregua"   (De  rerum  natura,  primo,  38-40,  traduzione   di   B.
Pinchetti).

(31). De rerum natura, primo, 62-83.

(32).  Nel  primo  libro Lucrezio confuta le  teorie  di  Eraclito,
Empedocle e Anassagora.

(33).  Alle  sensazioni  dedicato il quarto  libro  del  De  rerum
natura.

(34).  "Ma  nulla    dolce  / pi dello starsene  nei  ben  muniti
castelli  /  che edific la serena speculazione dei savi  (doctrina
sapientium),  /  donde  concesso guardare gli altri  dall'alto,  e
vederli / qua, l vagare, e sbandati cercar la via della vita"  (De
rerum natura, secondo, versi 7-10).

(35). Alessandro Ronconi, uno dei pi grandi studiosi contemporanei
della letteratura latina, nella sua Introduzione a una scelta delle
Satire  e delle Epistole di Orazio, scrive: "Non  filosofo, perch
non  vaga  nel mondo astratto della speculazione; perch, se  fosse
filosofo,  non sarebbe cos vicino al nostro cuore e non parlerebbe
a  questo  prima  che alla mente, n sarebbe cos concreto  e  cos
umano" (Orazio, Satire e Epistole, scelte e annotate da A. Ronconi,
Vallecchi, Firenze, 1964 2, pagina 14).

(36).  "Non domandarmi di quale caposcuola, di qual nume  domestico
io  viva  nella  tutela. Non costretto a giurare fedelt  a  nessun
maestro, io vado ad approdare, senza prendervi stanza, su quel lido
ove  il vento mi spinge. Ora divento tutta attivit e mi tuffo  nei
marosi  della  societ,  soldato  della  virt  stoica  che   monta
rigorosamente la sentinella, ora torno a scivolare pian piano nelle
dottrine  di Aristippo, e fo ogni sforzo per aggiogare le  cose  al
carro mio, non me al carro delle cose" (Orazio, Epistole, prima, 1,
versi 13 e seguenti, traduzione di V. Ussani).

(37). Confronta Carmina, primo, 4, versi 13 e seguenti

(38). Confronta Carmina, secondo, 14, v. 18.

(39). Carmina, primo, 11, v. 8.

(40).  Questo  tema    ripreso nei celebri  versi  di  Lorenzo  il
Magnifico, "Chi vuol esser lieto sia: / di doman non c' certezza";
da  Shakespeare  (Tutto  bene quel che finisce  bene,  quinto,  3:
"Let's  take the instant for the forward top"), da Goethe, che  per
bocca   di  Mefistofele  contrappone  il  carpe  diem  all'indagine
scientifica:  "Addentrarsi in indagini scientifiche  non  serve:  /
ognuno  impara  solamente quel che pu /  ma  chi  sa  cogliere  il
momento (Doch der en Augenblick ergreift) / quello s che  un uomo
in  gamba" (Faust, primo, versi 2015-2018). L'espressione,  gi  in
uso  come proverbio sia nel mondo francese (Mets  profit  le  jour
prsent)  sia  in  quello inglese (Seize the  day)  sia  in  quello
tedesco  (Pflcke  den  Tag),  negli ultimi  tempi  divenuta  nota
grazie al film L'attimo fuggente di P. Weir (1989).

(41).  A-taraxa  e  a-ptheia  sono  parole  composte  con  l'alfa
privativo: con la prima si negano lo sconvolgimento e il turbamento
e  insieme l'eccitazione; la seconda sta a indicare la negazione di
sofferenza,  ma  anche la negazione di contatto, di sensazione,  di
impressione.

(42). All'accusa che "i filosofi non mettono in pratica quello  che
predicano"  rispondeva lo stesso Seneca: "Intanto non  v'  ragione
che  tu  disprezzi  le parole virtuose e i cuori  pieni  di  onesti
pensieri  [...].  Che c' di strano se non arrivano  in  cima,  dal
momento  che affrontano le vette? Ma se sei uomo, ammira chi  tenta
grandi cose, anche se cade" (De vita beata, ventesimo).

(43).  Si  tratta  di  un'opera composta in forma  epistolare  (124
lettere  divise in 9 libri) negli ultimi anni della vita di Seneca.
In  essa il filosofo offre, quasi come un testamento spirituale, la
sintesi  delle  sue esperienze, delle sue riflessioni  e  dei  suoi
ideali.

(44). Lettere a Lucilio, 90.

(45).  "Le canne costituivano il tetto di uomini liberi: ora, sotto
il marmo e l'oro, abita un popolo di schiavi" (ibidem).

(46).  Seneca  critica  con molto vigore e  anche  con  ironia  gli
eccessi  alimentari:  "Mi  rivolgo, infine,  a  voi,  la  cui  gola
profonda  e  insaziabile da una parte fruga i mari,  dall'altra  le
terre,  in  una caccia agli animali, con ami, con lacci, con  varie
specie  di reti. Non lasciate in pace questi animali finch non  ne
siete  sazi. Quanto poco assaggiate, con la bocca nauseata da tante
delizie, di questi banchetti, per imbandire i quali tanti uomini si
sono  affaticati! Una ben misera parte di questo animale, catturato
con  grave  rischio, sar gustata dal padrone che ha la  digestione
difficile.  Ben  poche  di tante ostriche,  fatte  venire  da  cos
lontano,   scorreranno   gi  per  codesto   esofago   insaziabile.
Disgraziati!  Non capite che la vostra avidit supera  la  capienza
del vostro ventre?" (Lettere a Lucilio, 89).

(47). Lettere a Lucilio, 90.

(48).  Vedi  capitolo  Quattro,  3,  pagina  77  e  pagina  79.  Il
riferimento a Diogene  dello stesso Seneca.

(49).  "Non   la natura a dare la virt: per diventare  buoni  c'
un'arte" (Lettere a Lucilio, 90).

(50).  Vedi  capitolo Due, 6, pagina43. Confronta anche Aristotele,
De part. anim., 687a, 7.

(51).  Lettere  a Lucilio, 90. Sull'impossibilit di  percepire  il
Bene con i sensi, confronta anche Lettere a Lucilio, 124.

(52). Lettere a Lucilio, 41.

(53).  "Tu  hai  torto se riponi la tua fiducia in  coloro  che  ti
stanno  accanto: hanno aspetti di uomini, ma cuori di belve.  Anzi,
la belva  pericolosa solo al primo incontro; una volta passata non
ti  cerca  pi;  poich  niente la spinge  a  nuocere,  se  non  la
necessit; assale per fame o per paura. L'uomo  capace di uccidere
il suo simile per solo diletto" (Lettere a Lucilio, 103).

